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Airole

Il borgo, arroccato su un “castelliere” con a nord una colla che lo protegge dai freddi venti invernali, dominava le due rive opposte del fiume, e conseguentemente, le due strade una volta esistenti, di cui quella sulla riva destra attualmente del tutto abbandonata, che univano Ventimiglia con il Piemonte, via Colle di Tenda, da Airole si dominava anche verso oriente, la via di comunicazione con Rocchetta Nervina e la media valle del Nervia, attraverso il valico del Passo del Cane ed il Monte Abellio. Fanno corona e gravitano intorno ad Airole: San Michele, Olivetta, Colla Bassa, Fanghetto e fino alla seconda guerra mondiale, Piena e Libri (ora in territorio francese).

 

Controversa è l’origine del nome Airole, tre sono le storie più attendibili:

1.       Trae origine, data la posizione del borgo, da “luogo arioso o arieggiato”;

2.       Dalla presenza, nel primo Medioevo, di numerosi trampolieri Aironi che vivevano sul fiume Roja;

3.       Forse la più suggestiva, in quanto il Colle era luogo di dimora di un antico stregone, guaritore ed erborista, di nome Airone.

 

Risale all’anno 954 il più antico documento nel quale appare il nome di Airole, in quell’anno il conte Guido di Ventimiglia nel suo testamento fra gli altri accenna a Curlo Tanganigra “Dominus Sepelegi et Eyrole”; costruita dai Ventimigliesi, forse ove esisteva un antico “castrum” romano; sull’esistenza di un nucleo abitato non si hanno notizie certe, ma fra gli abitanti di Ventimiglia che nel 1218 giurano obbedienza a Genova è indicato “Ugo di Airoeis”.

 

Come anche in uno degli atti notarili rogati dal Notaio di Amandolesio nel periodo 1258-1264 troviamo certa “Biatrisia de Ayroles”.

 

Fu anche insediamento monastico Benedettino Lerinense che possedeva il paese, poi passato come “donazione con conservazione di possessi” ai monaci della Certosa di Pesio nel XIII secolo (25 gennaio 1273), oltre lo spartiacque alpino, nel basso Piemonte dal Patrizio ventimigliese Fulco Curlo.

 

Fulco Curlo, ghibellino come Oberto, aveva visto Ventimiglia cadere in mano guelfa sotto protettorato angioino, e dal momento che era un vinto, gestendo bene l’antico suo feudo di Airole, ben sapeva che avrebbe potuto inserirsi in ogni istante nella contrapposizione fra Carlo e l’ambizioso Doria: concedette così Airole agli operosi Certosini della pedemontana Chiusa Pesio, sì da porre al sicuro tal luogo ed il suo casato da intrusioni guelfe.

 

Egli tenne tuttavia un piccolo presidio armato con lo scopo ufficiale, approvato dal Parlamento intemelio, di proteggere per gli indifesi Certosini la trasversale di collegamento.

 

I Curlo divenendo “gestori” dell’importante sezione terminale della “via del Nervia” sarebbero stati in grado di porre sempre sulla bilancia degli equilibri politici la loro posizione ed i vari diritti, anche nei riguardi della città.

 

Nei secoli XIV e XV, venuto meno il disegno dei Curlo, Airole era luogo del tutto soggetto alla giurisdizione dei Certosini di Chiusa Pesio.

 

Ben presto si innestarono sui traffici della “via del sale”: in particolare dal XIV secolo quando Amedeo VII, oltre a Nizza e le sue terre, era riuscito ad inglobare le comunità di Breglio, Saorgio, Sospello, Rocchetta e Pigna. La casa certosina di Airole era quindi legata al Piemonte ed alla casa madre della Certosa di Pesio lungo un cuneo territoriale sabaudo: sul tragitto che portava all’oltregiogo (Airole-Monte Abellio-Rocchetta-Marcora-Saorgio-Tenda) i monaci presero ad innestarsi con vantaggi vari sul flusso mercantile che ruotava sempre sul “percorso del sale”, trasformando il già abbandonato possesso dei Curlo in una florida villa rurale.

 

L’acquisto di Airole, preceduto da interventi diplomatici, assunse per Ventimiglia, e naturalmente per Genova, la valenza di un irrinunciabile intervento strategico onde sottrarre ai Piemontesi un caposaldo prossimo alla costa, da cui questi alimentavano traffici ormai

evidentemente dannosi all’economia ligure.

Assodato che i Savoia avevan messo piede in val Nervia e premevano su quella del Roja dalla base di Sospello il Senato approvò subito l’idea parlamentare intemelia di riacquisire Airole pur versando 150 fiorini d’oro ai Certosini: era sua intenzione fare della villa un avamposto demico repubblicano in bassa valle onde proteggere la base portuale di Ventimiglia.

 

Quindi, il 17-XII-1435, nella Loggia comunale, alla presenza dei Sindaci di Ventimiglia e di Manuele Lascaris dei Conti di Ventimiglia procuratore e priore conventuale dei monaci della Certosa, con un documento di vendita, Airole fu nuovamente in possesso di Ventimiglia.

 

Nel 1498 la vasta zona di Airole, ideata avanguardia genovese contro il Piemonte, era tuttavia ancora storicamente priva di autentica vita di relazione a comprova che gli insediamenti in val Roja furon sempre macchinosi contrariamente a quanto accadde in val Nervia.

 

La ritardata evoluzione “coloniale” di Airole, di cui Ventimiglia era detta “Signora”, dipese comunque da sopraggiunti contenziosi coi Certosini di Pesio: infatti il 17-XII-1436 Samuele Priore della Certosa di Pesio non solo protestava contro l’insolvenza dei reggitori intemeli ma, a titolo di risarcimento dei danni procurati, chiedeva la “conservazione” in Airole di un fondo i cui proventi spettassero alla Certosa.

 

Soltanto dopo la fine della lite (1490 circa) il Comune intemelio, saldati i debiti ed entrato in possesso di Airole mentre già si era evoluta la strada del Roja, poté incaricare 4 suoi cittadini-magistrati di suddividere l’agro di Airole in 14 zone da assegnare ad altrettanti capifamiglia “probi e fidi” che, in conformità dell’atto, in rapporto al beneficio assunsero l’onere di costruirvi in breve tempo un’abitazione, risiedere sul lotto di proprietà e lavorarlo, versando al Comune annualmente un soldo per diritto di “cottumo” (il paese segue così tutte le vicissitudini di Ventimiglia e della lotta di questa contro i Genovesi, e con questi contro i Savoia, sino al 1793, anno in cui, a seguito della Rivoluzione Francese e della Repubblica Cispadana, si costituisce Comune Autonomo di Airole).

 

Dal paese, nei pressi del cimitero, diparte un sentiero che costeggiando in quota la sponda orografica sinistra della valle la risale verso il Colle di Tenda.

 

Si cammina lungo questo comodo sentiero (antica via dell’olio e del sale) immersi nella natura, passando accanto ad antiche coltivazioni d’ulivo con le loro non meno antiche case rurali talvolta fatiscenti.

 

Si giunge all’abitato di Fanghetto (proprio sul confine), il sentiero però prosegue in territorio francese fino a Breil, passando attraverso il paese di Libri.

 

Breil è un’antica enclave francese nel territorio della Serenissima Repubblica di Genova, dove infatti troviamo una postazione di frontiera ancora ben conservata e posta proprio alla fine del sentiero, che dava accesso al paese e che ancor oggi è chiamata Porta dei Genovesi (notare che nell’800 per i francesi e i sabaudi tutti i liguri erano genovesi).

 

Di qui transitavano le derrate di sale e olio che a dorso di mulo erano trasportate verso il Piemonte e ancora più a nord. Nel territorio di Airole esistono tre edifici che vengono genericamente indicati col nome di “torre”.

 

Questi sono la Torre d’Olivè posta nel territorio della Para, la Torre del Vio posta nel territorio omonimo, e quella detta Torre delle Gerbae posta sull’omonima collina. La loro disposizione ad oriente del corso del fiume Roja induce a ritenere che in antico fossero utilizzate quali torri di avvistamento e segnalazione.

 

Di nessuna di esse si ha cognizione del periodo di costruzione, ma quasi certamente non sono anteriori al 1500. Al di sotto e attorno a tutte tre vi sono ricoveri per il bestiame che suggeriscono siano state utilizzate principalmente nei mesi invernali quando venivano date in affitto ai pastori che dai luoghi di Briga e Tenda portavano il loro bestiame a svernare.

 

Torre del Vio: posta sulla strada che da Airole porta a Fanghetto ha intorno dei ricoveri per i bestiami alquanto capienti, e dovrebbe essere stata costruita nei primi decenni del 1600 in contemporanea con la costruzione della detta strada.

 

L’edificio è posto su due piani in una stanza per piano, al piano terra vi è anche un pozzo per la raccolta dell’acqua piovana.

 

Ne ritroviamo notizia nel 1653 quando col nome di “Chà” è inserita nella donazione fatta da Lorenzo Biancheri fu Batta per la costruzione dell’Oratorio della Compagnia dei Disciplinati.

 

Torre delle Gerbae: che attualmente è in completa rovina, era anche su due piani come ancora si intravede, ma non vi è traccia di pozzo annesso, mentre l’acqua si accumula in una pozza posta a pochi metri dall’edificio.

 

Torre d’Olivè: diversa è la situazione di questa torre che ancor oggi è in uno stato di conservazione abbastanza buono. Alcune particolarità inducono a ritenere che questa sia stata effettivamente costruita per un uso militare.

 

Innanzi tutto le dimensioni, i lati di uguale lunghezza, tre piani dei quali quello superiore, accessibile soltanto con scala portatile in legno, addetto a “colombaia” come testimonia il tipo di costruzione. Il secondo piano quello abitabile con al centro del pavimento un foro che chiaramente risulta essere stato lasciato in occasione della costruzione della volta portante, e infine nel piano terra due pozzi comunicanti per la raccolta dell’acqua che passando da uno all’altro veniva così filtrata.

 

Dal foro del primo piano si poteva attingere acqua direttamente da uno dei pozzi evitando così di esporsi all’aperto. L’acqua piovana raccolta sulla volta superiore perveniva ai pozzi tramite tubazione incassata nel muro.

 

Torre d’Airole: è la quarta torre incorporata nel paese e della quale più non vi è il ricordo.

 

La consultazione dei documenti d’archivio ne ha indicato sia l’esistenza che la localizzazione, anzi essa è tuttora esistente seppure inglobata in altre costruzioni.

 

Questa torre si trova nel quartiere detto della Riva nel luogo oggi conosciuto come Affondin.

 

Esisteva già negli ultimi decenni del 1500 ed era chiamata “Torre d’Airole” o “Casa della Torre” poiché era allora al di fuori del nucleo originario del Castello.

 

Viene citata in documenti del 1615 quando in occasione della venuta in paese della famiglia Guglielmi da Vallebona ne fu a questa donata una stanza dallo zio Amedeo Biancheri.

 

Danneggiata dal terremoto del 1644 venne successivamente ad essere circondata da altre case e formò così un quartiere che ancora nei primi decenni del 1800 esisteva.

 

Si trovano molti atti notarili rogati “nel quartiere della Torre”. La forma di questa torre si può ancor oggi riconoscere in mezzo alle atre case.

 


Collabassa

 

Il progressivo utilizzo delle terre dell’Avaudorino, di quelle del Bosco e delle altre che dalla Colla d’Orso vanno fino al Bevera indussero, stante la distanza dal paese, alcuni proprietari a costruire abitazioni in loco onde rendere meno dispendioso giornalmente raggiungerle e coltivarle.

 

A metà della strada tra la Colla d’Orso e il Bevera cominciò così a sorgere quella che venne poi chiamata CollaBassa appunto perché sotto la strada della Colla.

 

Intorno al 1720 alcune famiglie di cognome Pallanca e Biancheri cominciarono ad abitare in detto luogo e col passare del tempo andò aumentando il numero di coloro che vi abitavano.

 

Una particolarità del luogo è sempre stata quella della totale mancanza d’acqua, gli abitanti sopperirono con la costruzione di cisterne per la raccolta dell’acqua piovana che scolava dai tetti (solo nel 1957 fu costruito l’impianto idrico potabile proveniente dal vallone della Vignassa).

 

 

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